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LA PERDITA AFFETTIVA

Vi siete lasciati?

La vostra storia è finita?

Hai perso la persona che amavi?


La cosa in assoluto più difficile da assorbire e accettare è la perdita della persona amata.

A prescindere dalla ragione che ci porta alla frattura di una relazione affettiva è difficile staccarsi da un passato di legame e lanciarsi in un futuro con la convinzione che sia una nuova vita.

La fine di una storia d’amore è paragonabile ad un vero e proprio lutto.

La perdita della persona amata è la perdita di una parte di noi, di una parte del nostro “essere”.

Tutto ciò che fino a ieri era una certezza, era complicità, era una presenza “assieme”, era un esserci con l’altro più o meno entusiastico, appare ora uno stare nelle cose in maniera confusa, sconosciuta, sperduta e quel che prevale nel nostro animo è quasi sempre l’ansia, l’angoscia, il vuoto e il tormento.

La perdita affettiva è una mancanza di quel attaccamento che in certo qual modo assomiglia al rifugio sicuro di quando eravamo piccoli e che ora, la sua assenza, ci rende vacillanti, in balia dell’incertezza, in balia del vuoto.


La nostra mente tenta allora di difenderci attuando spesso complessi meccanismi di difesa, tenta di metterci al riparo ingegnando svariate strategie: dal negare l’evidenza, al rimuovere parte dell’accaduto, all’annullare parte di quel che sentiamo talvolta minimizzando il dolore, ci porta a svalutare l’altro o a idealizzare noi stessi o a proiettare su altri le colpe dell’accaduto ma stà di fatto che non accettiamo quanto stiamo realmente vivendo.

Il percorso di perdita affettiva segue spesso un cammino che comincia con la negazione del nuovo stato; non si ammette di essere rimasti “soli”, fino a poco tempo prima si era una coppia e nel bene e nel male si era “assieme”.

Spesso l’unico pensiero ricorrente è il rifiuto a credere che tutto sia andato distrutto, che l’altro ci abbia cancellato e abbandonato la nostra storia, ignorato o dimenticato quanto abbiamo fatto fino allora, il rifiuto di credere che l’altro non ci sia.

Dopo un po’ di tempo, quando non è più possibile mascherare quanto si stà vivendo e amici, colleghi o parenti ci riportano al nostro nuovo stato, si realizza che è avvenuto un cambiamento, che non si è più come prima, che ora si è “soli” e la rabbia prende il sopravvento, si manifesta in tutta la sua violenza.

E’ rabbia contro il mondo intero, un mondo ostile e vigliacco, ingiusto, codardo e disumano e ci scagliamo contro tutto e tutti, anche contro noi stessi, complici e vittime di una storia sbagliata, ingenue vittime di un carnefice senza cuore.


E cerchiamo una soluzione, talvolta quella di rincorrere chi abbiamo perso, manifestandogli con violenza tutto il nostro dolore, accusando e avanzando pretese, altre volte pregando ed elemosinando l’affetto perduto, con il risultato che l’altro si allontana ancor più da noi.

Altre volte diventiamo subdoli ingannatori di noi stessi, ci colpevolizziamo di tutto, di non aver capito, di non aver saputo ascoltare, scordandoci quel che siamo stati e l’immagine che abbiamo costruito dell’altro.


Si arriva poi al patteggiamento, ad una forma di contrattazione su quel che avremmo potuto fare per salvare la nostra storia e se da una parte ci sentiamo forti perché pronti a riprendere in mano la nostra vita, a rivedere certe responsabilità, dall’altro vorremmo invece tornare a ciò che si era, a quando ci sentivamo amati.

Non potendo tornare indietro restiamo imprigionati nell’illusione di cambiare un passato che non c’è più e questo provoca dolore e frena lasciando soltanto un profondo senso di solitudine e di sconfitta.

Il dolore chiede tempo e rispetto e non svanisce.

Spesso in questa fase evitiamo di pensare a lui/lei o a noi, al passato. Evitiamo i posti che frequentavamo assieme, le cose che facevamo, le persone che vedevamo.

E soltanto quando ci rendiamo conto che non ha senso rimurginare il passato soltanto allora possiamo trovare la forza di dare un nuovo senso al nostro esserci

Come direbbe Frost “L’unico modo per venirne fuori è passarci in mezzo”.


Questo è il momento per ricordare ciò che è stato di quell’esperienza di vita, cosa di buono ci ha portato, il nostro cambiamento, la nostra evoluzione ed ecco che il ricordo diviene consapevolezza e crescita interiore.

E arriva finalmente l’accettazione.

Torna la vita, ci riappropriamo delle nostre risorse, ci apriamo a nuove esperienze, a nuove sensazioni piacevoli che scacceranno quelle dolorose.

Finalmente avrà senso quel che diceva Lao Tse… “Quella che il bruco chiama fine del mondo... il resto del mondo la chiama farfalla”


Ricorda… con chiunque camminerai per le strade di qualunque parte del mondo, da te stesso non potrai mai allontanarti. Scappare non serve, finirai sempre per imbatterti in Te stesso!

(“Colazione da Tiffany”)


Dott.ssa Nadia Grotto

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